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Il Corriere della Sera - 2 Marzo 2001 Spot per la solidarietà milanese LA PUBBLICITA' A FIN DI BENE di GIORGIO FIORENTINI I valori, i risultati e le modalità di finanziamento della solidarietà meneghina e lombarda devono essere comunicate tramite spazi pubblicitari sui giornali, spot televisivi su reti locali, affissioni stradali in periodi dell'anno che non siano solo luglio e agosto, ecc.. Milano ha bisogno di fare una "campagna pubblicitaria di solidarietà", da affidare ai creativi di cui la nostra città è sede e capitale. È giusto fare del bene in silenzio ma è necessario comunicare e amplificare le opere realizzate o le proposte per dare continuità alla cultura e a solidarietà Su questa affermazione a Milano e in Lombardia ci sono due punti di vista della solidarietà organizzata (circa 3.000 organizzazioni non profit in Milano e provincia e circa in 160.000 persone coinvolte attivamente in Lombardia). Da una parte una concezione "catacombale", che ama il "fare senza far sapere" e agire secondo i criteri del solo understatement, quasi senza comunicare all'esterno le proprie virtù. Dall'altra una concezione di tipo pubblicitario e dl comunicazione, che io condivido, tale da diffondere i risultati e confrontarsi con i cittadini per far sapere e convincere, per fare proselitismo, per raccogliere finanziamenti. Milano deve premiare senza falsi pudori e senza reticenza gli uomini che fanno solidarietà e dare loro visibilità. È giusto lamentare l'indifferenza della gente nei confronti delle donne stuprate per strada, dell'agente di polizia malmenato da alcuni malfattori, delle persone che si sentono male per strada e non vengono aiutate. Tutto vero. Ma strumenti potenti, formativi, interventisti e riparativi come la comunicazione dei valori, a diffusione delle "istruzioni per l’uso", dei comportamenti virtuosi, la celebrazione mediatica della solidarietà vengono usati poco. La solidarietà e un modello gratuito che però deve essere valorizzato, ci vogliono le condizioni perché possa aumentare la disponibilità delle persone. Ma perché bisogna usare lo strumento della pubblicità per il fine della solidarietà? Per fare azioni - diffusive per raggiungere vari segmenti di popolazione e mirando ai mezzi di comunicazione più idonei alle caratteristiche dei cittadini. La diffusione della virtù civica e altruistica fra giovani ha bisogno di un linguaggio coerente e simmetrico, ma anche gli extracomunitari hanno bisogno di affissioni stradali nella loro lingua; - imitative e capaci di creare comportamenti collegati anche all'imitazione di "leader e simboli della solidarietà". Sviluppando un terreno comune dei valori dell'altruismo, dello stare insieme ad altri in modo sociale, della mediazione culturale; - fidelizzanti per mantenere i cittadini in un alveo di comportamenti solidali che devono essere continuamente ricordati e aggiornati per lo stato sociale/sussidiario e per il suo finanziamento. Fedeli alla: "marca solidarietà". Proposta: la prefettura, il Comune, la Regione, la Curia, il terzo settore, l'Assolombarda, e fondazioni di origine bancaria creino un'agenzia operativa per fare da tramite competente fra le non profit e le agenzia pubblicitarie. Evviva gli spot della solidarietà. (giorgio.fiorentini@sdabocconi.it)
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Libero 29/11/2000 PROCESSO AL CIOCCOLATO NON AI LIBRI SBAGLIATI di AMEDEO NIGRA Siamo proprio il Paese delle contraddizioni. Un produttore di cioccolatini che si permetta di fare un piccolo spot pubblicitario con qualche ambiguità, si trova di fronte a quattro potenziali giudici: il giurì di autodisciplina pubblicitaria, l'antitrust della concorrenza e infine il giudice civile e quello penale. Dall'altro lato, invece, un testo scolastico inadeguato, come un libro di storia sbagliato e, quindi, in grado di provocare danni gravi, non trova nessun intervento di fronte a sé. E prosegue libero nella sua navigazione, qualunque sia il suo contenuto. Eppure, dovremmo decidere cosa vorremmo. Non passa giorno senza che l'opinione pubblica si lamenti per l'inefficienza della burocrazia. Ma - a dire il vero - da molti dei nostri interventi si direbbe che siamo proprio noi che vorremmo lasciare le cose, esattamente così come sono ora. Perché spesso rimaniamo inerti di fronte alle più vistose irregolarità. Il Presidente della regione Lazio Francesco Storace - ad esempio - aveva recentemente sollevato il problema dei testi scolastici incompleti e faziosi, prospettando l'idea di una commissione di esame. Ma è stato coperto di critiche, da politici e da commentatori che vorrebbero impedire anche un semplice controllo. "Ai posteri l'ardua sentenza", scriveva Alessandro Manzoni, nella sua composizione "Il 5 Maggio", dedicata a Napoleone Buonaparte. Chi conosce bene l'autore dei Promessi Sposi, sa che le sue frasi non erano dette a caso. E così, la massima "ai posteri l'ardua sentenza", rappresenta e sintetizza molto bene una regola essenziale, secondo la quale la storia non deve essere scritta dai contemporanei. Deve essere narrata da chi viene dopo. Dai posteri, appunto. Una regola che sembrerebbe violata in continuazione in molti testi di storia, attualmente in uso nelle nostre scuole. Per di più, trattare delle Fosse dell'Ardeatine e non delle Foibe, oppure, affrontare le vittime del fascismo, senza trattare dei 100 milioni di morti e di vittime del comunismo (come sembrerebbe accadere di frequente nei nostri libri di testo) costituisce un errore storico-scientifico da rimuovere al più presto. Bisognerebbe ricordare che - in fondo - noi abbiamo un ordinamento giuridico. In questo ambito, il libro di scuola è un prodotto. Come tale, deve rispettare precise regole tecniche (articolo 1176 c.c.), perché in caso contrario incorrerà nell'inadempimento (articolo 1218 c.c.). I rimedi sono quelli previsti dalla legge, in caso di prodotti difettosi. Qualsiasi genitore potrà agire in giudizio contro chi abbia scelto il testo "difettoso" e anche contro l'editore e il Ministro della Pubblica Istruzione, per chiedere l'eliminazione del testo stesso. Naturalmente, un'azione dovrà essere preceduta come minimo da una perizia predisposta da un consulente tecnico, in cui si individuino errori storici o squilibri negli spazi dedicati ad ogni argomento. Ora, in base alla legislazione più recente, potranno agire in giudizio anche le associazioni di consumatori (legge 281 del 1998). E si potrà anche fare di più. Nei casi limite, se il prodotto in questione tratterà in modo inesatto o fazioso un dato argomento politico, si potranno esaminare e applicare anche le norme che vietano la pubblicità ingannevole (legge 74 del 1992), chiedendo al giudice civile di eliminare in via d'urgenza il libro eventualmente contestato. Certo, invocando norme come queste, a carico della Pubblica Amministrazione, ci verremmo a trovare "ai confini del diritto". Ma non nascondiamoci la verità. Ora noi viviamo in una società che sta con i fucili puntati contro i privati, mentre il settore pubblico (e politico) prospera felice e beato, nella sua arretratezza, lontano da ogni male e al sicuro da ogni turbamento. Di conseguenza, se vorremo un po' di efficienza, purtroppo, non avremo scelta. La via da seguire consisterà nel sottoporre lo Stato, proprio a quel rigore, con cui i privati - ahimè - devono fare i conti tutti i giorni. Amedeo Nigra
Il Giornale del 1/6/2000 GLI STRILLI DELLE CICALE Una
situazione preoccupante e, per alcuni aspetti, drammatica che viene nascosta
appena appena dal polverone euforico di una crescita che nel Duemila sarà
doppia di quella dell'anno precedente. È questo il quadro dell'economia
italiana descritto con rigore e puntualità da Antonio Fazio nella
sua annuale relazione sull'economia italiana. Dopo dieci anni travagliati
ci ritroviamo un Paese che ha ridotto di alcuni punti lo stock del debito
pubblico soltanto vendendo la propria argenteria (150mila miliardi incassati
dalle privatizzazioni) e ha risanato i conti pubblici aumentando in maniera
abnorme la pressione fiscale, riducendo drammaticamente gli investimenti
pubblici in formazione, innovazione, infrastrutture e toccando solo marginalmente
la spesa corrente al netto degli interessi. Così facendo l'eredità
che la sinistra ci lascia è un'Italia meno competitiva che cresce
poco e male, con un divario Nord/Sud ritornato ai livelli del dopoguerra
e con un'area della povertà che è giunta a toccare il 13
per cento delle famiglie italiane. Dinanzi a questa cruda realtà
alcuni personaggi di questo governo fantasma hanno accusato il governatore
di vedere solo il bicchiere mezzo vuoto, dimenticando la parte piena,
e non si rendono conto, invece, che oltre 2 milioni di famiglie italiane
rischiano di non avere neanche il bicchiere per bere. In questi anni i
governi che si sono succeduti hanno pensato che tutto si potesse risolvere
con la riduzione del deficit pubblico e con l'ingresso della lira nell'euro
quale che fosse la via per arrivarci. La strada prescelta per risanare
i conti pubblici è stata, così, la più perversa e
ha lasciato un'economia gravemente segnata da una pesante riduzione di
competitività con una struttura sociale degradata e con un orizzonte
in cui le ombre sono di gran lunga maggiori delle luci. Ogni dato dell'ultimo
quadriennio che si confronta vede l'Italia all'ultimo posto. Le esportazioni
sono aumentate negli altri Paesi europei del 31 per cento mentre da noi
di appena il 10 per cento a fronte di un aumento del commercio mondiale
del 28 per cento. Il nostro prodotto interno lordo è cresciuto
del 6 per cento, negli altri Paesi mediamente del nove. La produzione
industriale italiana, nello stesso periodo, è cresciuta del 4,4
per cento, negli altri Paesi del 13 per cento. Il tasso di produttività
del sistema è stato in Italia dello 0,7 per cento annuo, negli
altri Paesi del 4 per cento. Il tasso di occupazione nell'area dell'euro
è del 60 per cento, in Italia del 52 per cento e nel Mezzogiorno
è addirittura del 41 per cento mentre ancora oggi siamo tra i due
Paesi a più alto tasso di inflazione. Potremmo continuare ancora
per molto, ma non troveremmo un solo dato che ci metta alla pari con l'andamento
dell'economia degli altri Paesi dell'euro. Geronimo
Il Giorno del 4/3/2000 IL BOIA PINOCHET E L’ANGELICO FIDEL di VITTORIO FELTRI Sono
originali i quotidiani italiani. Sfogliarli per credere. Raccontano le
schifezze compiute dal regime di Augusto Pinochet e ci offrono un ritratto
allucinante di questo boia instancabile. L'Inghilterra ha valutato che
il generale è troppo vecchio e malandato per essere instradato
in Spagna, dove una Corte assetata di giustizia (o di vendetta, è
la stessa cosa certe volte) era pronta a farlo a pezzi, metaforicamente
s'intende, dato che il fascista Franco è morto e il paese ormai
è democratico. E l'opinione pubblica di sinistra s'è indignata:
Dio stramaledica gli inglesi che hanno riconosciuto al bastardo di Santiago
diritti umani immeritati. Immagino le proteste nel prossimi giorni, le
manifestazioni, i cortei. Ho letto cronache, rievocazioni, ricostruzioni
di eventi lontani scritte con una partecipazione davvero Commovente. Viene
voglia di strangolarlo, il sanguinario dittatore. Si elencano le atrocità
commesse su ordine suo: gente fucilata allo stadio, torture, elettrodi
sui capezzoli e nella vagina, scariche elettriche nei testicoli, ossa
rotte, lingue bruciate. Una contabilità redatta con puntigliosa
meticolosità davanti alla quale è impossibile non ribellarsi. Vittorio Feltri
Il Giornale del 2/3/2000 BILANCI COSI’ SONO STATI FATTI SPARIRE 350MILA POSTI DI LAVORO di GERONIMO I
conti economici nazionali sembrano essere di buon livello, come ci informa
l’Istat, e Massimo D'Alema e Giuliano Amato non hanno resistito alla tentazione
di convocare una conferenza stampa definendo i risultati della propria
azione di governo straordinariamente positivi. I numeri del presunto successo
sono essenzialmente due: a) un indebitamento delle pubbliche amministrazioni
passato dal 2,8% sul Pil all'1,9%; b)un'occupazione migliorata di 200mila
unità rispetto all'anno precedente. Questo è quel che appare,
ma la realtà è ben diversa. L'economia reale è infatti
peggiorata. Geronimo
Cattolici e società CHE
COS'E' LA LIBERTA' PER LA CHIESA Caro direttore, alcuni eventi promossi dalla Chiesa italiana in questi ultimi mesi, come l'assemblea nazionale della scuola cattolica e la settimana sociale dei cattolici italiani, hanno avuto grande risonanza sui mezzi di comunicazione ed hanno rilanciato il dibattito sul ruolo pubblico che la Chiesa svolge in Italia. Mi sembra opportuno fornire in proposito qualche chiarimento, che permetta di vedere meglio come la Chiesa stessa concepisca e cerchi di attuare il proprio compito. Vorrei sottolineare anzitutto una cosa, abbastanza ovvia, ma che spesso rischia di essere persa di vista: la prima preoccupazione della Chiesa italiana dalle singole parrocchie fino alla Conferenza episcopale - è di ordine religioso e riguarda in concreto il mantenimento e la diffusione della fede cristiana, la sua trasmissione da una generazione all'altra. Questo compito, che non è mai stato facile, deve fare i conti oggi con una serie di problemi che lo rendono straordinariamente impegnativo: e, storicamente parlando, .di esito incerto: basti accennare alla tendenza, sempre più pervasiva, ad interpretare non solo i fenomeni fisici ma anche i nostri pensieri, scelte e sentimenti in una chiave esclusivamente empirica, che lascia ben poco spazio per un rapporto personale e vissuto con Dio. A questo livello, che per lei è quello decisivo, la Chiesa italiana, ormai da qualche decennio, è pienamente consapevole di non poter e non dover contare su aiuti impropri. dello Stato o comunque di forme di pressione sociale. Accetta dunque il rischio, della libertà, avendo anzitutto fiducia nella presenza e nell'opera misteriosa e misericordiosa di Dio. Va aggiunto che in Italia non sono certo poche le persone e le comunità che danno una significativa testimonianza cristiana. LA
LIBERTA'
FINE
DEL MONOPOLIO ROSSO La
disinformazione non consiste soltanto nel propalare notizie false o nel
tacere circostanze scottanti: consiste anche nell'impedire agli altri
di dire ciò che sanno. Quando ero al consiglio esecutivo dell'Unesco,
ho assistito ad un tentativo dell'U.R.S.S., tipico in questo senso. Era
ormai evidente l'impossibilità di impedire la trasmissione, con
nuove tecniche, di informazioni a tutto il pianeta. Allora l'U.R.S.S.
pensò di ottenere ciò per via diplomatica. Promosse una
convenzione per vietare la diffusione di notizie contrarie alla pace e
all'intesa fra i popoli (ossia: sgradite all'Unione Sovietica). In questo
modo i governi stessi, dall'interno, avrebbero dovuto tappare la bocca
ai mezzi di comunicazione di massa. I governi occidentali obiettarono
che non disponevano di una censura, e i Paesi terzi non si allinearono,
perché capirono che non era loro interesse. Il "nuovo ordine
mondiale dell'informazione finì così, ma non finì,
particolarmente in Italia, l'abitudine dei comunisti ad ottenere il silenzio
con ricatti minacce e pressioni "morali".
L'ITALIA
IN VENDITA Tutti scherzano ricordando gli anni Cinquanta, di Gregory Peck e la Audrey Hepburn in Vacanze romane, gli anni della giovinezza e delle speranze dopo il disastro della guerra. Insomma, quando se ne parla, la leggendaria Vespa stimola un amarcord di massa ed il trasferimento della sua proprietà al fondo americano Texas Pacific Group altro non produce che nostalgia di un tempo lontano con commenti simpatici ed effimeri di Piero Chiambretti, Renzo Arbore, Vittorio Gassman e di tanti altri uomini e donne che vissero parte della propria giovinezza scorrazzando per le città su quel seducente mezzo a due ruote. Eppure nessuno si accorge che, così facendo, si manca di rispetto alla storia della Vespa, a quella dei suoi inventori e a quella della famiglia Piaggio che seppe convertire un'industria bellica che produceva aerei in un' azìenda moderna e in linea con il nuovo sviluppo della motorizzazione di massa La vendita della Piaggio agli americani, infatti, è l'ultima conferma di un drammatico processo di spoliazione della nostra economia, che va avanti da anni e che sta trasformando l'Italia in una colonia delle economie forti europee, americane o asiatiche. Dal 1992 ad oggi sono passati nelle mani di multinazionali straniere interi settori come, per esempio, la farmaceutica e l'alimentare. Farmitalia e Carlo Erba, le due case farmaceutiche -più prestigiose e conosciute sono state acquistate dalla svedese Pharmacia Unilever, Nestlé e Danone, le più grandi multinazionali alimentari, hanno fatto shopping di marchi di qualità come Motta, alemagna, Buitoni, Galbani, Invernizzi e Ferrarelle, mentre tedeschi e francesi governano al momento già alcuni grandi gestori di telefonia mobile come Omnitel e Wind (Telecom è stata. salvata appena in tempo dal coraggio di Colaninno, Gnutti, Marco De Benedetti e del sistema di Mediobanca contro il tentativo di Deutsche Telekom). La General Electric ha rilevato il Nuovo Pignone dall'Eni e lo stesso cane a sei a zampe è a rischio perché oltre il 60 per cento del suo capitale è sul mercato senza che il sistema finanziario italiano sia in condizioni di proteggerlo. Società di navigazione come la Costa Crociere, l'Italia Navigazione e la Tirrenia sono state prese d'assalto da americani, inglesi ed asiatici per non parlare di quei marchi che erano nel mondo l'immagine stessa del made in Italy come la Martini & Rossi, la Cinzano, la Gucci e la Lamborghini passati in questi anni nelle mani di americani, inglesi e tedeschi. E da qualche tempo anche nel settore del credito, il più protetto e il più resistente alle infiltrazioni straniere grazie a quel cane da guardia che risponde al nome di Antonio Fazio, sono scese in massa le grandi banche europee. Dai francesi del Crédit Agricole ai tedeschi della Deutsche e della Commerz Bank, dagli spagnoli del Santander e del Bilbao per finire agli olandesi della Abn-Amro, l'influenza delle grandi banche europee sul nostro sistema creditizio cresce ogni giorno di più. Da anni, insomma, l'Italia è in vendita sul mercato internazionale senza che il nostro sistema sia in condizioni di garantire alcuna reciprocità. Per trovare un esempio di una significativa acquisizione italiana all'estero, infatti, bisogna scomodare la Luxottica di Leonardo Del Vecchio sbarcata in America o la Marzotto che acquistò la tedesca Hugo Boss. Ma, come si sa, qualche rondine non fa primavera. Per il resto i tentativi, degli Agnelli, dei De Benedetti, dei Pirelli, tanto per citare i maggiori, si sono tutti infranti contro il muro delle reazioni del. Sistema economico e politico di quel Paesi come la Francia e a Germania che non hanno paura di difendere quote di sovranità nazionale nell'economia globalizzata. Ben presto sarà la Fiat, grande emblema. nazionale, ad essere comprata perché se sino ad oggi si è difesa, è ormai rimasta sola in un settore ed in un' epoca che non tollerano nani aziendali. Di chi, allora, la colpa di questo disastro del nostro sistema produttivo che trascina con sé settori centrali per il futuro del Paese come la ricerca applicata e che si sta relegando nel ruolo di colonia di rango, dove il rango è solo il nostro, livello di consumi? La responsabilità non è di un capitalismo familiare infingardo ma è al contrario della politica miope di una Sinistra che in sette anni, da quando cioè è iniziato il processo di globalizzazione economica, non è stata capace di organizzare quegli investitori istituzionali come i fondi pensione che potevano raccogliere il grande risparmio degli italiani e desinarlo all'impiego produttivo garantendo, ad un tempo, il rafforzamento del mercato dei capitali e la sovranità italiana di molti assets produttivi nazionali ed internazionali. La nostra, naturalmente, non è, una critica alla globalizzazione e ai suoi meccanismi e men che meno è intrisa di anacronistici rigurgiti autarchici. La nostra critica è solo piena di rabbia per vedere inutilizzati da una politica balbettante i 300mila miliardi e passa di risparmi annui degli italiani che prendono vie diverse in ordine sparso. Anzi, a pensarci bene, il grande flusso di risparmio privato degli italiani è servito, e servirà sempre di più, a finanziare le grandi acquisizioni che le multinazionali straniere stanno facendo da tempo nel nostro Paese. E mai come questa volta non c'entra per nulla il destino cinico e baro.
D'Alemacord La riforma delle
pensioni era un "massacro sociale". O no? Illustre e coraggioso presidente del Consiglio Massimo D'Alema, con grande coraggio lei, di concerto con il neoministro dell'Economia Giuliano Amato, sta conducendo una neobattaglia per la riforma delle pensioni e il ridimensionamento delle pensioni d'anzianità. Bene, come sempre. Lontano dall'Italia, dalla coraggiosa Buenos Aires, lei ha anche sussurrato davanti ai taccuini dei nostri coraggiosi giornalisti di ritenersi "sconcertato" e finalmente "amareggiato" per l'ottusa incomprensione dei sindacati alle sue proposte. Come fanno, i sindacati, a non capire le sue proposte? Quale irrimediabile ottusità fa velo alle menti dei sindacalisti che si ostinano a non essere illuminati dal Verbo del coraggioso premier? Si capiscono il suo sconcerto e la sua amarezza. Ma per lenire l'uno e l'altra ci permettiamo di sottoporle i passaggi cruciali di una memorabile intervista che proprio lei, in qualità di leader del Pds, rilasciò nell'ottobre del 1994 ad Alberto Statera, allora inviato ed editorialista di punta della Stampa, allorché l'allora capo del governo Silvio Berlusconi presentò assieme al ministro del Tesoro, Lamberto Dini, un piano per le pensioni simile al suo attuale e parimenti motivo di intemperanze, davvero "sconcertanti", e cazzutissime mobilitazioni sindacali. Certamente avrò modo di apprezzare quanto il tempo l'abbia positivamente trasformata e maturata. Ecco infatti cosa ebbe a dire in quell'occasione, galvanizzato dall'opposizione sociale montante contro il governo di Silvio Berlusconi: "Cosa avrebbe dovuto fare il sindacato? Subire senza battere ciglio un massacro? Perché di questo si tratta, di un autentico massacro sociale, derivante da una visione odiosamente classista: altro non è tagliare in un anno diecimila miliardi di pensioni, in un paese dove si evadono 150mila miliardi di tasse e 80 mila di contributi". Si rende conto, illustre presidente, quanto sconcerto e quanta amarezza provocarono nell'allora inquilino di Palazzo Chigi argomentazioni così restie a comprendere il coraggioso piano del governo Berlusconi? Ma andiamo avanti: "Non scioperare significherebbe vivere in un paese totalitario, di fronte al criterio aberrante applicato: il rischio di una crisi finanziaria e la necessità di interventi immediati non vengono affrontati ripartendo i sacrifici, ma massacrando i pensionati". Sembra Fausto Bertinotti, non è vero? E invece era la prosa |